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Potrei parlare di tantissimi fatti dell’epoca, ma voglio citare un solo episodio, quello più importante della mia vita di combattente, quello che ha più contato per me, quello che mi fa sentire tanto ricco nella memoria: il mio incontro e colloquio personale con Benito Mussolini. Quante menzogne, calunnie e diffamazioni sono state dette e scritte su questa grande figura, per cercare di spegnere la grande fiamma che Lui ha acceso per noi. Voglio solo ricordare qui alcune citazioni espresse su Mussolini da parte di nemici. MUSSOLINI E’ L’UNICA FIGURA GIGANTESCA D’EUROPA ( Gordon Lang, arcivescovo di Canterbury). LE LEGGI DEL DUCE E DEI SUOI FEDELI SONO UNA PIETRA MILIARE NELL’EVOLUZIONE MONDIALE (Anthony Eden, ministro degli esteri britannico). NON CREDO CHE IN EUROPA VI SIANO UOMINI ECCEZZIONALI COME MUSSOLINI (Stanley Baldwin, Primo ministro inglese). IL FASCISMO E’ STATO UN ESEMPIO DI ONESTA’ AMMINISTRATIVA (Luigi Einaudi). Io, come citato nel mio libro Caino e Caino, sono stato ricevuto da Mussolini nel suo studio privato a Salò. Andavo da Lui cn una richiesta di grazia per due condannati a morte. Grazia concessa (voglio ricordare anche che in quei giorni aveva graziato i componenti del C.L.N., Parri e compagni che furono successivamente i suoi persecutori). Quanta personalità emanava! Gli occhi erano buoni, straordinariamente buoni in un uomo di tanta responsabilità. Io ero già orfano di padre dall’età di 12 anni ed in Lui ho ritrovato lo stesso sguardo paterno ed affettuoso. Credo che nel suo animo albergasse la subconscia gioia davanti ad un giovanissimo suo fedele. Avrei dovuto (come indicatomi dal protocollo) chiamarlo “Eccellenza”, ma non me lo permise. Mi si rivolse con molta paternale modestia mettendomi a mio agio e facendomi superare lo stato di soggezione che provavo io, 19 anni, sergente alpino davanti al Duce. Mi aiutò a ritrovare la voce che in quel frangente quasi non mi veniva,e si rivolse a me con tanta bonomia. La sua voce era pacata, cordiale, piena di umanità e benevolenza.Assunse un tono più energico ed ufficiale quando mi disse: “Sei un ottimo soldato malgrado la tua giovane età, così mi dicono le tue note personali; continua così e fa’ in modo di essere sempre un fulgido esempio per i tuoi camerati. Sursum corda!”. Poche parole che sono entrate in me come scolpite. Sono rimaste nella mia mente come un comandamento ed un testamento.
Lo faccio ora con voi. Concedetemi l’alto privilegio di farmi portavoce del nostro Duce. Era veramente un grande uomo. La sua morte ed il supplizio subito l’ hanno reso martire ed ingigantito la fede che ci ha trasmesso. Ogni e qualsiasi negatività, comune a tutti gli esseri umani, non scalfisce la grandezza di quanto fatto positivamente per l’Italia, per gli italiani e per i posteri che un giorno, sicuramente, ne seguiranno i dettami. Ho iniziato questa mia testimonianza citando il personaggio Benito Mussolini perché non si può parlare della R.S.I senza ricordare l’uomo che rappresenta quell’epoca. Mussolini è venuto dal popolo, è vissuto per il popolo ed è morto per il popolo. Posseggo un medaglione di bronzo che risale agli anni Trenta, dove attorno alla sua effige sta inciso: “LA PAROLA D’ORDINE E’ UNA SOLA: ANDARE INCONTRO AL POPOLO”. Le sue idee, la sua fede e gli ideali che ci ha trasmesso sono oramai una pietra miliare della Storia.
Quanto hanno pesato questi ideali nella nostra scelta di allora? Moltissimo, anzi direi in assoluto. I giovani del mio tempo che hanno avuto la fortuna di nascere in quell’epoca eroica e luminosa non potevano fare altra scelta. Coloro che hanno fatto una scelta diversa hanno dimostrato la loro indole con atti talmente vergognosi che persino gli stessi loro alleati li hanno stigmatizzati. Molte espressioni sono state usate per giustificare la nostra scelta. “Patriottismo”, “Amore per l’Italia”, “Difesa del suolo nazionale” e tante altre.E’ vero, tutti questi motivi sono validi, ma chi ha trasmesso la fede, gli ideali, la speranza in una nuova civiltà e l’amore per la Patria si chiama Mussolini.Questi valori sono serviti a richiamare, sotto una gloriosa bandiera, il più grande esercito di volontari di tutta la Storia. Io sono nato nel 1925. A scuola, nelle elementari prima e nelle superiori dopo, ho avuto modo di conoscere ed apprezzare quella dottrina e quella disciplina che hanno plasmato il mio essere e dato luce alla mia mente. Si potrebbe obbiettare che sono stato plagiato e per questo sono quello che sono. Ciò sarebbe vero se gli avvenimenti poi mi avessero fatto ricredere o avessero comunque dimostrato, rispetto alla scelta di prima, la validità del “dopo”. Invece, proprio per aver avuto modo di conoscere il “dopo”, la scelta è rimasta quella di prima; anzi, la vergognosa politica e le persone che l’ hanno rappresentata,me l’ hanno ulteriormente rafforzata.
Da quando, nel 1937, rimasi orfano di padre, con la famiglia entrammo a far parte della categoria degli indigenti; io e le mie sorelle, di conseguenza, cominciammo a fruire del patronato scolastico. Fu così che incominciai a frequentare alcuni anni della scuola primaria delle colonie della G.I.L. A differenza dei bambini che vivevano in famiglia, i quali passavano nei ranghi dei Balilla moschettieri ed in altre specialità all’età di 12 anni, noi in colonia eravamo già moschettieri nella 3° e nella 4° classe elementare , mentre quelli della 5° costituivano la fanfara della colonia. L’educazione che ci fu impartita, oltre che di tipo militare, era tutta volta a farci acquistare i Valori che resero prestigiosa e bella l’Italia del Ventennio. Il senso della fedeltà dell’amor patrio, dell’onore si connaturavano nei nostri animi.
Si arrivò all’anno 1943 – XXI E.F. Ricordo che il 13 luglio di quell’anno dal balcone di casa Littoria (attualmente palazzo Campana) parlò Ezio Maria Gray. La piazza, pur essendo un pomeriggio di un giorno feriale, era gremita di folla. Vi individuai alcuni miei vicini di casa in orbace, con la smagliante camicia nera, che applaudivano con veemenza ogni periodo del discorso dell’oratore , inneggiando sempre al Duce ( si è impressa nella memoria la data del 13 luglio perché la notte seguente ci fu il bombardamento più funesto avvenuto sulla città, da parte delle “fortezze volanti” americane). Si giunse al mattino del giorno 26 dello stesso mese; quei gerarchetti che pochi giorni prima vestivano l’orbace, erano sui balconi e nei cortili a gridare: “Finalmente, hanno arrestato il Duce…”. I puntini coprono frasi oscene che indirizzarono al nostro “Papà Benito”.Rimasi abbastanza sgomento,nel mio cervello di ragazzo, mi domandavo come quelle persone avessero potuto cambiare opinione in così pochi giorni. Ebbi un senso di repulsione nei loro confronti, anche perché i più umili, nell’occasione, speravano che l’evento preludesse alla fine della guerra, dei bombardamenti, per alcuni al ritorno a a casa dei propri figli che erano al fronte o prigionieri; senza troppa acredine verso il Regime. Insomma, i voltagabbana mi fecero subito schifo. I 40 giorni badogliani trascorsero per me un po’ all’ insegna delle scazzottate con gli amici per ovvi disaccordi che le circostanze avevano generato Speravo in una rapida liberazione di “Papà Benito”. Non posso parlare di “Ideale” riferito a quegli anni, in cui ero troppo giovane e non c’erano fascisti nella mia famiglia la quale, dopo la morte di mio padre, era composta dalla mamma, Elena e Piera, le mie sorelle, e dai nonni. Il nonno aveva combattuto (già da richiamato) la prima guerra mondiale in prima linea, per tutti i tre anni essendo del III Alpini, Battaglione Finestrelle; poi non si interessò di politica, rimase semplicemente fiero di aver servito la Patria quando era stato chiamato a farlo. Posso solo dire che alcuni valori certamente li ereditai da lui. Nel periodo badogliano, ripeto, avvertii soltanto nostalgia per l’ambiente dell’Italia fascista in cui ero cresciuto.
Quando fu proclamata la R.S.I. e ricostituita l’antica O.N.B al posto della G.I.L., mi iscrissi alla rinnovata organizzazione. Fui in un primo tempo inserito nella Legione Avanguardisti moschettieri “E.Muti”; poi, a metà dell’anno ’44, in seno all’ O.B. per iniziativa del Cap. Sommi e del Ten. Tisanna della G.N.R.; si formò il Reparto combattenti dell’ O.B. che prese la denominazione: 1° Legione Volontari Studenti “Goffredo Mameli”. Essendo allora giovanissimo, dovetti fare il diavolo a quattro per farmi accettare; al fine la spuntai. Fummo destinati a servizi vari, in particolare ai posti di blocco situati alle estreme periferie a difesa della città da attacchi o intromissioni partigiane. Eravamo, in buona sostanza, direttamente aggregati alla G.N.R. Il nostro Reparto fu schierato fino al maggio 1945, in quanto partimmo con la colonna che sembrava essere diretta in Valtellina e che si dovette fermare nei pressi di Strambino, nel Canavesano, a causa di un incidente in cui si ebbero diversi morti e feriti; fa i Caduti ci fu pure Renato Croce di 15 anni (io e lui eravamo i più giovani della Legione e prestavamo servizio nella medesima squadra) ed un marinaretto De Filippi di 16 anni. Durante la R.S.I. ero semplicemente animato dal senso del dovere, della dedizione alla Patria ed al suo Duce, come mi era stato insegnato. L’Ideale vero e proprio, il senso politico maturarono nel dopoguerra con la presa di coscienza che via via si andava concretizzando alla luce degli eventi che si susseguivano, alle ipocrisie che si manifestavano con gli atteggiamenti di tanti improvvisati antifascisti, per lo più vermi altamente privilegiati durante il Fascismo nel cui piatto ora sputavano. Fare la cronistoria del mezzo secolo antifascista appena trascorso, costituirebbe un’impresa enciclopedica, opera che competerà agli storici, speriamo sempre più obbiettivi. Per quanto mi riguarda, perché nel dopoguerra e tanto meno oggi non ho rinnegato e non rinnegherò la R.S.I.? In primo luogo subito dopo il ’45 ci fu modo di constatare, fra il Regno del sud e la Repubblica del nord, da quale parte della bilancia pendesse la lancetta della coerenza: il Regno del Sud fu effimero perché immediatamente costretto subire la moneta americana di occupazione ( am- lire), mentre il popolo cadeva nella miseria più degradante costretto a sopravvivere con la borsa nera e mille altri espedienti; contemporaneamente in quel “ Regno” giovani martiri della R.S.I., per esempio Franco Arcieri ed i suoi giovani camerati a Santa Maria Capua Vetere, gridavano davanti ai plotoni di esecuzione americani: “Viva l’Italia e il fascismo – Viva l’Europa!”. Inoltre, la diffidenza anglo-americana nei confronti del sud era evidente. La R.S.I. vinse invece la diffidenza dell’alleato germanico e continuò a battere moneta italiana (i marchi di occupazione che Hitler fece coniare furono subito accantonati grazie al prestigio che il nostro Duce sempre conservò nei confronti di tutti); le industrie italiane continuarono a produrre anche sotto i bombardamenti e gli alleati germanici dovettero rispettarne la realtà. Nella R.S.I. confluirono centinaia di migliaia di volontari, fenomeno mai registrato da alcun altro Stato nel mondo. Si tenga anche conto che non vi era nulla da guadagnare materialmente. Nella R.S.I. con la “Carta di Verona”, la legge sulla socializzazione e varie altre concessioni a favore del popolo ( Es: la 13° mensilità), si dimostrò subito il carattere del novo Stato che attraverso l’esperienza del corporativismo ( “ Andare verso il popolo”), completava il processo rivoluzionario (“Stare con il popolo”). Tutti i personaggi della R.S.I. furono militi nel più onorevole senso della parola: non si arricchirono e mantennero le loro posizioni sino alla fine davanti ai plotoni di esecuzione, alle forche ed ai massacri vari, avendo il coraggio di gridare la propria fede in faccia ai carnefici esattamente come fecero i più umili subalterni. La R.S.I. rappresentò, sul piano della coerenza, il trionfo del concetto di Onore su quello della ipocrisia. Sul piano culturale e sociale, il trionfo del concetto della partecipazione, della coollaborazione, dell’Umanesimo culturale e del lavoro, sul concetto settario della lotta di classe sull’economia marxista ed il monopolismo di stampo occidentale. Il trionfo dell’Uomo, soggetto ed artefice sulla materia. Da oltre mezzo secolo sentiamo blaterare contro il Fascismo contro la R.S.I. ma intanto i Codici rappresentativi dello Stato italiano, salvo quello di procedura penale, sono ancora quelli ratificati da S.E. Benito Mussolini ( penale ’34 civile ’42) e dal Guardasigilli dell’epoca. I “cervelloni” dell’antifascismo non sono stati capaci di formulare leggi proprie, hanno continuato ad attingere al “Pozzo di San Patrizio”. Quale fu e rimane l’eredità dell’Italia da allora, caso mai maltrattando, per incapacità, le stesse leggi, distruggendo alcuni istituti che brillano per efficienza- vedi Maternità e Infanzia- rovinando l’Istituto della Previdenza Sociale che all’epoca fascista ci fu invidiato dal mondo intero e, malgrado le guerre ( Africa orientale, Spagna, 2° Guerra Mondiale), chiuse i conti in attivo tanto da far meravigliare il primo Presidente antifascista (liberale) del dopo guerra. Gli antifascisti brillarono brillano per incapacità di camminare coi tempi. Ecco un esempio: il Codice Civile entrò in vigore nel 1942; la R.S.I. meno di 2 anni dopo con la Socializzazione già aveva creato il presupposto per modificare la sezione relativa al lavoro ( libro V art 2060/2642). Il Fascismo era rivoluzionario perché sapeva camminare con i tempi secondo le necessità del popolo. Ho tralasciato di scrivere delle nefandezze, dei delitti di cui si macchiarono gli antifascisti.
Quell’infinità di Camerati, uomini e donne che di fronte alla belva comunista o badogliana che fosse, non rinnegarono i proprio, il nostro ideale di Patria, di Onore, di coerenza, sono presenti, sempre vivi nei nostri cuori. Sono presenti e confermano che avevamo ragione. Dunque, come potrei rinnegare la R.S.I., che io considero espressione dei valori più alti di civiltà? Oggi, 53 anni dopo, più di allora sono fiero di essere appartenuto alla meravigliosa schiera delle Genti che tutti diedero senza nulla chiedere per la nostra Patria bella il cui onore volemmo difendere, attorno al nostro Duce, dopo la badogliana vergogna. Se in questi 53 anni ho continuato a sostenere la mia parte di legionario della R.S.I., è perché sono convinto che il mondo e la Storia sapranno riconoscere che se allora difendemmo l’onore della Bandiera, l’impegno valse anche a portare avanti i presupposti basilari della nostra civiltà; civiltà italica ed Europea. L’Europa della Patrie non intaccata dal dio denaro ( Maastricht ), ma rappresentativa della forza spirituale che amalgama i cuori. Una Europa unita, forte delle proprie tradizioni, sola garanzia di stabilità ed equilibrio per il mondo intero. Ecco dunque che la ragione della mia fermezza nel ribadire l’appartenenza all’ R.S.I. in pace ed in guerra come recitava la formula del giuramento, non sono legate semplicemente al rispetto dei determinati Valori che, particolarmente in questa pseudo repubblica democratica possono sembrare retorici, ma sono ragioni forgiate in 50 anni di esperienza di studio, ricerche prove e controprove; ragioni le quali hanno maturato in me la convinzione che l’ epopea della R.S.I. e il germoglio che dovrà fiorire e risplendere sulle fortune delle future generazioni, di una grande, rinnovata Civiltà.
Mio padre si era arruolato nella Milizia, nel LX Battaglione M (truppe da sbarco); essendo troppo anziano, aveva falsificato l’atto di nascita postdatandolo di 10 anni. Io ero a Collegno, paese decisamente comunista. Abitavo nelle scuole dove transitavano i diversi reparti dell’Esercito e, da ultimo, il magazzino della Milizia. Quindi da ragazzina sono vissuta in mezzo ai soldati. Ero una ragazzina educata agli ideali fascisti.Poi arrivò l’8 settembre, ma prima, il 25 luglio, avevano dato l’assalto alle scuole portando via i ritratti del Duce, del Re e della Regina. Mia mamma lavorava all’Aeronautica. Siccome per l’incarico che ricopriva doveva essere più assidua della norma, faceva molti straordinari; così dopo il 25 luglio la mandarono via; poi avrebbero voluto riassumerla, ma lei rifiutò. Dopo l’8 settembre io vedevo passare i tedeschi, che prima ci salutavano, e noi pensavamo a come erano stati trattati. Venne poi il federale Solaro ad organizzare un’adunata di donne fasciste. Mia mamma ed io andammo. Dopo, tramite una mia amica, mi recai al Gruppo d’Azione Giovanile guidato allora da De Chiffere. Si cominciava a parlare delle Ausiliarie ed io pensai di arruolarmi, ma avevo solo 13 anni, troppo pochi! Mi consigliarono di dire che ne avevo 16 (ero abbastanza sviluppata), così mi accettarono e fui mandata al 1° Comando Provinciale, che si trovava in via Arsenale dove ora c’è la scuola d’Applicazione. Di sera tornavo a casa, ma un giorno avvisarono mia madre di non farmi più rientrare perché sarebbero potuti venire a prelevarmi i partigiani. Per un po’ di tempo andai a dormire da mio zio qui a Torino, poi all’accantonamento presso la caserma. Frequentai il corso al Sant’Anna, quindi fui inviata al centro arruolamento che si trovava in Federazione. Nel dicembre ’44 la Comandante Bardia, visto che ero troppo giovane, mi smobilitò. Cercai allora la mia comandante di prima, Di Giovinazzo Della divisione Monte Rosa, la quale mi disse : “Preparati pantaloni e scarponi che ti porto con me in Garfagnana come propaganda”. MI preparai, ma presentatami il giorno convenuto non riuscii ugualmente a partire perché eravamo in troppe. Intanto mia madre, avendo solo allora appreso che ero stata smobilitata, mi aveva mandato a prendere. Io, che l’avevo fatta a piedi dall’Aeronautica a Collegno, quando giunsi alle scuole dove abitavo vi trovai un battaglione di esploratori bersaglieri della “Littorio”: ero in buone mani perché furono loro a salvarmi dalle botte di mia madre. Il 30 aprile 1945 quelli che chiamano “ I 66 Martiri” ed erano stai uccisi alla GILL, furono portati proprio lì alle scuole per i funerali. Subito dopo arrivarono tre partigiani da Asti che io non avevo mai visto, mandati da una mia “amica fedele”, compagna di banco per cinque anni. Come entrano, mi chiedono: “Sei tu Sonia? ”. Rispondo di si, mentre subito le gambe cominciano a tremare. Mi dice uno di questi: “Ricordati che io ho ucciso la mia fidanzata e non sono pentito”, poi comincia ad interrogarmi: “Dove sei stata, cosa hai fatto?..”. Escono, ma subito ritornano e mi dicono che devo andare con loro. Mia mamma chiede dove vogliono portarmi, rispondono: “Deve essere passata per le armi”. Ricordo che ero in piedi e alla domanda di uno di loro: “ Cosa ne dici, che devi essere passata per le armi?”, rispondo: “Seguirò la mia sorte”. Quello ribatte : “Eh già, sei anta fascista”, e mi riportano al loro comando, dove mi fanno vedere tante foto di Balilla-Avanguardisti ( si vede che le avevano prese alla GILL) e mi chiedono: “Chi sono questi?” “Siete tutti voi- rispondo- chi non lo è stato?” Finalmente arriva il comandante accompagnato da due signore di Collegno che conoscevo di vista. Una di queste mi si rivolge così: “Anche tu devi essere uccisa”, ma il comandante dice: “Dovresti essere fucilata, ma poiché sei via da Dicembre, ti tagliamo solo i capelli”. E mi fa uscire da un’altra parte. A questo punto mi vedono alcune persone che conoscevano me e la mia famiglia; dicono: “Guai a voi se fate qualcosa a Sonia, i suoi genitori ci hanno fatto solo del bene!” Il comandante mi conduce allora in un’atra stanza, dove mi chiede cosa facevo nelle Ausiliarie. Rispondo che protocollavo la posta e facevo le commissioni per il cappellano militare ( il quale a dire il vero, propendeva più per i partigiani che per i nostri)… Allora lui dice che noi facevamo le prostitute: io zitta, perché allora non sapevo ancora chi fossero le prostitute… Infine mi porta fuori e un tale, ex bersagliere mi taglia i capelli. In ultimo arriva il parroco, che mi nasconde nel campanile della chiesa in attesa che passi al buriana. Questa è la mia storia.
Veniamo da molto lontano. Tutti noi, ex combattenti superstiti della Repubblica Sociale Italiana. Veniamo da un’esperienza – quella del ’43/’45 – che ci ha visti protagonisti di un periodo storico insieme tragico ed esaltante. E’ trascorso ormai oltre mezzo secolo da allora e tuttavia quei momenti, quei giorni irripetibili sono rimasti intatti nella nostra memoria e nello spirito, bagaglio prezioso che ci accompagna verso il tramonto . Per i giovani d’oggi , per gi stessi “nostri” giovani, non è sempre facile comprendere fino in fondo i perché di quella scelta, perché tanta gioventù – mentre tutto crollava intorno – scelse la via del combattimento in uno slancio di volontarismo che non ha riscontri nell’intera storia dell’Italia. Mille centomila le motivazioni di questa scelta,sorretta però da un comune e immenso amore di Patria,volontà di riscatto,reazione rabbiosa e istintiva a una resa ignominiosa. Motivi ideali,dunque,ai quali vanno aggiunti-per molti di noi-emozioni ed episodi legati a quella immane tragedia che ha nome “8 Settembre “.Ed è proprio questo che desidero sottolineare,la “motivazione in più che mi ha spinto-senza esitazione alcuna-ad arruolarmi nell’esercito della RSI.In poche parole,che sarebbe pressoché impossibile descrivere compiutamente il groviglio di emozioni di allora. L’8 settembre,a Verona,mentr le strade si riempivano di sbandati e di saccheggiatori,ho visto mio padre piangere.Lui,vecchio ufficiale di carriera con addosso le stigmate dell’Ortigara e del Sabotino.Lacrime pesanti e silenziose su un viso di pietra e una sola frase:”risto,avessi dieci anni di meno…” Allora io ne avevo 15,e in un certo senso ho inteso sostituire mio padre. Alla Decima non mi hanno voluto:troppo giovane.Mi hanno invece preso al 2° battaglione volontari bersaglieri”Goffredo Mameli”,col quale ho partecipato ai combattimenti in Garfagnana.Prigioniero degli alleati nel Dicembre 1944,fino all’Aprile del ’46 ospite quale POW prima nel campo di Afragola,poi al 211 di Algeri e infine all’S di Taranto. A questo punto,indugiare oltre su vicende personali sarebbe riduttivo. Fermo,irrinunciabile perdure tuttavia il richiamo verso i giorni della giovinezza in grigio-verde che ancora oggi,coi capelli bianchi,rimane il patrimonio inalienabile di un’intera vita.
Avevo 12 anni quando,ai primi di febbraio del 1944,mi presentai alla caserma S.Bartolomeo di La Spezia per arruolarmi nella Decima MAS.Il capitano che presiedeva all’ufficio arruolamenti si arrabbiò,intimandomi di tornare a casa ed io,mentendo,gli dissi che non avevo più né casa né genitori.L’ufficiale,presa per buona la bugia,si consultò con gli altri graduati;infine fu deciso di “adottarmi”(non potevano mica cacciar via un povero orfano!),mi si trovò una divisa e venni assegnato al battaglione Barbarigo,in procinto di partire per il fronte di Nettuno,da dove tanti non sarebbero tornati. Divenni così la mascotte del battaglione,dove prestai srvizio sino all’ultimo giorno.Tornato a casa,trovai l’alloggio saccheggiato e mia madre rapata perché “colpevole” di essere la moglie e madre di due combattenti (mio padre Ottavio,ufficiale di complemento,allo scoppio della guerra era stato richiamato in Marina).Riuscimmo comunque tutti e tre a sopravvivere,ricominciando un’esistenza segnata in perpetuo dalla sconfitta,ma con l’appagamento di poter guardare chiunque sempre dritto negli occhi.
La Spezia,12 Febbraio 1944:l'Ammiraglio Sparzani saluta il "piccolo Soldato" Franco Grechi
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